Letti sontuosi.

Doleva tanto che né potevi piangere. Stavano tutti ad intorno tuo, alcuni seduti ed altri in piedi, alcuni piangendo ed altri inespressivi, alcuni piangendo ed altri con la vista persa. Tua sorella lo vedeva e non smetteva di gemere la sua tristezza, e tu ricevevi tutti con un sorriso rotto.

Accendesti una sigaretta ed uscisti a prendere aria, le tue gambe barcollavano con ogni abbraccio, coi sinceri e coi quali non l’erano tanto. Perfino con ciò, nessuno ti sembrava vero, perché nessuno poteva capirti come tu stessa; nessuno l’amava come te, nessuno aveva bisogno di lui come te, nessuno l’andava a rimpiangere come tu lo faresti.

Le voci sputarono le abituate preghiere e dopo si sentirono le parole melodiose di alcuno canzone religiosa che non conoscevi, e tutto quello che si faceva per lui ti sembrava un enorme circo. Tutti i dispiaceri che la gente sussurrava nel tuo udito per tenderti il suo appoggio erano una gran bugia, perché il peso della sua partenza copriva solo le tue spalle.

Il momento di partire era arrivato, e tu ti rifiutavi silenziosamente di accettarlo. Uscirono tutti a formare uno steccato per lasciarlo passare e salire al camioncino. Ognuno gli diede una rosa, ma ognuna si inchiodava in te come una spina, ed ogni punge lasciava infiltrazioni nelle tue grotte e fosse, ed ogni infiltrazione gridava in eco quello che non gli dicesti mai.

Il camioncino aveva strappato via, dovevi preparare per vederlo partire. Arrivarono tutti e camminarono per quello labirinto di letti sontuosi pieni di monumenti solenni. Camminare per quelli mari fu un viaggio di paci non firmate e guerre non dichiarate, come di forti onde che cercavano di cullarti affinché smettessi di gocciolare all’interno.

Collocarono accuratamente tuo padre nel suo letto, a tua sorella gli furono rotti le gambe, a tua madre gli furono traboccati gli occhi vedendola. Cominciarono a coprirlo fino a che rimase coperto per le lenzuola del tempo, percorresti gli stessi mari per i quali arrivasti.

La gente uscì dal labirinto stregato, ti portasti i tuoi fantasmi a casa e dormisti piangendo. Non avevi pianto fino a quello momento di solitudine nel quale non c’era un’altra cosa che uno specchio rotto, che a momenti rideva ed a momenti si lamentava, che si appannava di paure e di colpe.

Porti il suo ricordo nella tua schiena, quello vecchio italiano non ti lascerebbe tanto facilmente, l’uomo della tua vita non andrebbe via del tutto. A volte lo vedi dormire, e ti vuoi mettere tra le sue lenzuola e sognare vicino a lui, ma non puoi, non ancora. L’hai costruito una casa dietro le tue costole, bussi alla porta e ti risponde senza aprire. Continui a sperare, dormi sperando, muori sperando, vivi così.

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